FONTE: ilnuovoagricoltore.it (Roberto Bartolini)

Meno 7,2% anche nel 2019: il calo delle vendite di pasta Barilla nella grande distribuzione italiana ha convinto il gigante a Parma di cambiare strategia e così dal 2020 la pasta sarà fatta solo con grano duro italiano, rinunciando all’import di grani esteri.

I concorrenti vanno a gonfie vele

La notizia è stata anticipata dal sito Food, che osserva come il consumatore italiano abbia preferito in questi ultimi anni marchi come La Molisana (+24% delle vendite), De Cecco (+17,5% delle vendite), Rummo (+18,5%) e Voiello (+11,8% delle vendite), che portano sugli scaffali pasta di alta qualità prodotta solo con grano duro italiano, come è scritto sulle etichette delle confezioni. Food ha dato anche alcune anticipazioni sul cambio di packaging di Barilla: non più scatole blu ma celesti, con una finestrella trasparente che fa vedere il prodotto.

👉 Nota bene: De Cecco non usa grano italiano bensì una miscela di grano estero e grano italiano! Rummo usa grano duro italiano solo per la linea di pasta integrale, per quella normale usa grano estero o miscela.

Il consumatore è disposto a pagare la qualità e l’origine

Dunque gli italiani premiano la pasta di qualità a svantaggio di quella di fascia intermedia e la notizia deve fare molto piacere anche ai nostri agricoltori, che potranno cogliere l’opportunità di una maggiore richiesta di grano nostrano da parte dei pastai.

Barilla iniziò 20 anni fa con i contratti di filiera per il grano duro italiano, che coinvolge svariate centinaia di migliaia di tonnellate di prodotto, ma presto dovrà aumentare per far fronte alla sua nuova strategia di marketing.

Più fiducia nei contratti di coltivazione

Purtroppo i contratti di coltivazione non vengono ancora presi nella giusta considerazione da molti agricoltori italiani, che preferiscono non vincolarsi con un compratore prima delle semine, per andare a raccolto ultimato sul libero mercato sperando in buone quotazioni. In effetti quest’anno il prezzo del grano duro ha avuto delle impennate, ma non bisogna guardare solo all’ultima campagna, perché negli anni passati le cose sono andate molto diversamente.

Occorre controllare di più l’operato degli intermediari

Non c’è dubbio che, soprattutto nel caso dei contratti con Barilla, spesso un ruolo poco trasparente lo giocano gli intermediari, cioè coloro che sono in diretto contatto con l’agricoltore, che hanno stipulato il contratto e che quindi ricevono il prodotto dopo la trebbiatura. Infatti non sono infrequenti situazioni conflittuali con il mancato riconoscimento delle condizioni o dei premi pattuiti in pre-campagna a causa di un prodotto che viene dichiarato non idoneo, per problemi sanitari o di scarsa qualità: in alcuni casi la colpa può essere dell’agricoltore, ma in altri la contestazione è dubbia e scaturisce da motivi contingenti di natura commerciale.

Se Barilla vuole incrementare l’uso di grano duro italiano e rafforzare i rapporti con i nostri agricoltori rendendoli duraturi nel tempo, a nostro avviso deve esercitare maggiori e più incisivi controlli sulle strutture di stoccaggio con le quali collabora e dalle quali riceve il grano, proprio per evitare che si creino situazioni dove è l’agricoltore, pur senza colpa, a essere penalizzato. Se il colosso di Parma riuscirà a porre rimedio a queste situazioni conflittuali e a essere più a stretto contatto con chi lavora in campo, come per esempio fanno molti concorrenti di minori dimensioni ma che hanno un grande successo commerciale, potrà avviare senza intoppi la nuova politica di marca a favore del made in Italy, con vantaggi economici che si ripartiranno in maniera equa lungo tutta la filiera.

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